Che cosa possiamo imparare da uno studio di queste due piccole parole?

Guardiamo insieme qualche dato.

Nel 2015-2018, il progetto LEONIDE ha raccolto 2.500 testi scritti dagli studenti della scuola media.

Nel frattempo, nel 2016-2017, uno studio etnografico ha osservato oltre 400 ore di lezioni alle scuole superiori (Leone-Pizzighella, 2021).

Nel 2021-2022, il progetto ITACA ha raccolto 635 testi scritti dagli studenti della scuola superiore.


Nel 2024, alla luce di 300 ore di osservazioni di lezioni alle scuole medie in STEMCo, questi dati ci hanno aiutato a capire come un micro-dettaglio nel linguaggio degli studenti si colleghi a un macro-processo: la socializzazione scolastica.

Analizzando i diversi dati testuali ed etnografici attraverso la lente del CCRC, abbiamo trovato che:

Questi cambiamenti ci fanno vedere che la consapevolezza comunicativa degli studenti cambia attraverso i loro percorsi scolastici.

Ma perché? Come avviene?

I dati etnografici offrono una possibile spiegazione.

1. Le insegnanti spesso collegano le esposizioni orali alle regole associate ai generi scritti.

Ad esempio, quando uno studente ha usato un linguaggio particolarmente forbito nel parlare, una docente gli ha risposto:

Dopo un’interrogazione in Storia, una docente ha spiegato a Giuseppe molto chiaramente che cosa ha sbagliato e che cose gli è andato bene:

2. Gli studenti imparano attraverso tentativi e errori.

3. Gli insegnanti danno regole prescrittive.

Ad esempio, un giorno alla scuola media un docente ha dichiarato “TIPO non si può sentire” e ha scritto alla lavagna:

Oppure quando una docente ha dichiarato:

Mentre, alle scuole superiori, queste spiegazioni così lunghe non sono più necessarie. Basta un piccolo richiamo dalla ‘prof’:

Frasi con ‘tipo’ (ad esempio ‘se tipo vai in francia’ oppure ‘ferite brutali tipo un buco in pancia’) sono molto più comuni nei testi della scuola media che in quelli delle scuole superiori.

Secondo i testi di LEONIDE e ITACA, L’utilizzo di ‘tipo’ nei temi alle superiori si riduce a solo 12% di quello che è stato alle medie.

E’ stato anche notato che gli studenti delle scuole superiori non solo utilizzano una varietà di connettivi(ad es. tipo, inoltre, ovvero, appunto) quando scrivono, ma fanno anche un notevole cambio di registro durante le interrogazioni, selezionando specialmente i connettivi più sofisticati.

Nel progetto etnografico, una studentessa ha confermato di essere consapevole di questo cambiamento di registro e di conoscere bene quali connettivi utilizzare nelle esposizioni orali.

Mentre, dopo aver fatto più un dialogo che un’interrogazione con uno studente, la docente ha detto alle classe:

Questi tre modi di socializzare gli studenti a non usare certi connettivi (come tipo e praticamente) potrebbero essere familiari a qualcuna di noi. Forse ricordiamo momenti della nostra gioventù in cui siamo state richiamate per ‘errori’ simili. Forse noi, nelle nostre classi, facciamo commenti come questi ai nostri studenti oggi.

Ma non dimentichiamoci…

…del ruolo che hanno ‘tipo’ e ‘praticamente’ nel repertorio comunicativo.

Più che mancanze lessicali, tipo e praticamente sono strumenti che gli studenti usano (già dalle medie) per pianificare il discorso mentre parlano.

La scuola spesso li sanziona per spingere verso un registro formale, ma per i ragazzi fanno parte di un repertorio fluido che evolve restringendosi sotto la pressione delle nostre aspettative.

…che la scuola è filtro sociale.

Dobbiamo interrogarci su come la scuola insegni attivamente a limitare le proprie risorse linguistiche. Spesso educhiamo i ragazzi a una “pulizia” che è più un esercizio di conformismo che di reale efficacia.

La consapevolezza critica dovrebbe servire a capire quando e perché cambiare registro, non a vergognarsi del proprio modo naturale di esprimersi.

…di considerare la competenza comunicativa.

Essere competenti non significa parlare "bene" in assoluto, ma saper gestire l'interazione.

Punire questi marcatori rischia di bloccare la capacità dello studente di negoziare il significato durante un'interrogazione, trasformando un momento di dialogo o di ragionamento in una performance rigida.

…che l'italiano standard
è un unicorno accademico.

Puntiamo a un “linguaggio accademico” che somiglia a un unicorno: tutti abbiamo un'idea vaga di come dovrebbe essere (senza ‘tipo’, senza esitazioni, solenne), ma nessuno lo parla davvero nella realtà.

Imponiamo agli studenti un modello ideale e astratto che noi stessi non usiamo nel quotidiano, creando un distacco tra la lingua viva e quella “da voto”.

  • Leone-Pizzighella, A. R., Bienati, A., & Frey, J.-C. (2024). Discourse markers in the curricularization of academic language: A mixed methods analysis of tipo and praticamente in Italian secondary schools. In L. Cirillo & R. Nodari (Eds.), Contesti, pratiche e risorse della comunicazione multimodale (Vol. 18). Officina Ventuno. http://www.aitla.it/images/pdf/StudiAItLA18/009_Leone-Pizzighella_et_al.pdf